Lo specchio di Venere

di Gaetana Giarratana

Lo specchio di Venere – nell’iconografia artistica – richiama il mito classico della dea della bellezza, della grazia e dell’amore sensuale, raffigurata in tutta la sua mirabile bellezza, nell’atto di guardare la propria immagine riflessa in uno specchio sorretto da Cupido, il dio alato dell’amore, con la seducente nudità di un corpo morbido e aggraziato, semiavvolto da vesti lussuose. Venere dunque si guarda in uno specchio, dal quale lei guarda – in modo un po’ ammiccante – l’osservatore, per essere a sua volta guardata e ammirata, instaurando così un sottile gioco di relazioni semantiche tra l’atto di guardarsi, l’atto di guardare e al contempo di essere guardata. Significativi in tal senso sono i dipinti dei maggiori artisti del Cinquecento e del Seicento, quali Venere allo specchio (c.1585) di Paolo Veronese, Venere allo specchio (c. 1555) di Tiziano, Venere allo specchio (1614) e Venere e Cupi- do (1606-1611) di Rubens, e Venere e Cupido di Velázquez (1648).

Il tema della Venere allo specchio ricorre anche nell’arte contemporanea e lo ritroviamo – in modo completamente trasfigurato – nel dipinto cubista di Pablo Picasso La ragazza allo specchio del 1932. Qui, l’artista ha eliminato ogni riferimento connesso alla Venere mitologica – come Cupido che le sorregge lo specchio per guardarsi e il nome nella titolazione dell’opera – a indicare la novità del suo approccio artistico. Così la seducente Venere del mito della tradizione pittorica diventa – nel dipinto picassiano – una donna contemporanea seminuda e sensuale, dalle forti e destrutturanti forme cubiste che si guarda in un grande specchio, esibendo al contempo lo stesso gioco di relazioni che la dinamica dello sguardo instaura, vale a dire il guardarsi in uno specchio, il guardare dallo specchio l’osservatore con la propria immagine speculare, per essere a sua volta guardata e ammirata.

Nell’arte dell’auto-raffigurazione Lo specchio di Venere diviene metafora, da un lato, del fare artistico, simboleggiato dallo specchio che, con la duplicazione dell’immagine, diventa mezzo per esplorare artisticamente l’immagine di sé, la propria identità, le proprie emozioni e impressioni percettive; e dall’altro, metafora dello sguardo, personificato dalla Venere che, con il suo sguardo, attrae l’osservatore, coinvolgendolo nella visione dell’opera artistica.

La Venere dunque simboleggia lo sguardo dell’artista, nella misura in cui egli con lo sguardo entra in relazione con se stesso (guardarsi), con il suo alter ego (che guarda) e con l’osservatore (essere guardato). Una serie di sguardi che rivelano il modo in cui l’artista si relaziona artisticamente con le proprie auto-raffigurazioni e con l’osservatore.

Eloquente in tal senso è il doppio Autoritratto allo specchio di Johannes Gumpp (1646), in cui l’artista, raffigurato di spalle, si guarda in uno specchio per autoritrarsi, dipingendo così una doppia immagine di sé, una riflessa in uno specchio e l’altra dipinta su una tela, entrambe con lo sguardo rivolto all’osservatore, per essere guardato nell’atto di ritrarsi mentre si guarda allo specchio. Un evidente gioco di sguardi che permette all’artista di mettersi in relazione con il proprio alter ego, nella duplice forma speculare e dipinta e tramite questo con l’osservatore, sollecitandone l’attenzione.

Diversamente accade nell’Autoritratto in uno specchio convesso (1524) del Parmigianino, che utilizza uno specchio convesso, per mezzo del quale raggiunge interessanti e inconsueti effetti estetici. In questo dipinto l’artista raffigura se stesso davanti allo specchio, con lo sguardo rivolto verso l’osservatore e nonostante la sua immagine riflessa nello specchio non sia visibile – celando così l’atto del guardarsi – la relazione con il suo alter ego speculare è comunque individuabile nel fedele autoritratto che egli riproduce, poiché mostra le medesime distorsioni generate dalla convessità dello specchio, stravolgendo così i canoni classici delle proporzioni. Così lo specchio oltre ad essere strumento del guardarsi, diventa anche occasione di sperimentazione artistica, ed è proprio con tale immagine distorta di sé che l’artista si presenta allo sguardo e all’attenzione dell’osservatore.

L’autoritratto è ancora molto presente nell’arte contemporanea, poiché è un irrinunciabile modo per l’artista di rappresentare se stesso, con l’intento di lasciare una traccia di sé e della propria identità, per sopravvivere al fuggevole trascorrere del tempo e consegnarsi all’eternità della storia. Ed è con tale intento che l’artista raffigura se stesso in un duplice modo: da un lato, riproducendo dettagliatamente la propria immagine riflessa fisicamente in uno specchio – il proprio aspetto fisico nella sua massima riconoscibilità; dall’altro, raffigurando, la propria immagine riflessa in uno specchio, collocato nella parte più recondita di noi stessi, lo specchio cosiddetto dell’anima, metaforico, immateriale e profonda- mente intimo, visibile solo attraverso gli occhi. È l’immagine ideale dell’io interiore, rap- presentata con tratti poco definiti, sfuggenti e vibranti, tuttavia sorprendenti – del volto e della figura – secondo le proprie intuizioni, le proprie impressioni e sensazioni, e una grande capacità introspettiva, come negli autoritratti di Rembrandt, Goya e Van Gogh.

Nel corso del tempo lo specchio come mezzo artistico cede il posto al mezzo fotografico. La macchina fotografica e quindi la fotografia ebbero ampia diffusione in ambito pittori- co. Ne fecero uso i maggiori pittori del primo Novecento e, nell’autoritratto, la fotografia venne usata da Cézanne per il suo Autoritratto del 1863, Gauguin per il suo Autoritratto con tavolozza (1893), e altri come Degas, Monet Toulouse-Lautrec per “fermare” le scene da ritrarre pittoricamente.

La fotografia, infatti, “ferma” la propria immagine così come si presenta nella realtà, e la fissa nel tempo, rivelandosi in tal modo un prezioso strumento di verità visiva, contrariamente all’autoritratto pittorico che è invece un’espressione mimetica dell’immagine speculare dell’artista. Lo scatto fotografico diventa dunque la forma contemporanea di autorappresentazione, per indagare ancora una volta se stessi, la propria identità individuale e artistica, offrendo immagini intime e introspettive ma anche autoscatti ironici e provocatori.

L’artista contemporaneo che ha saputo meglio coniugare lo specchio, come strumento di sperimentazione artistica, e la fotografia, come rappresentazione identitaria, è Michelangelo Pistoletto, il quale ha fatto dello specchio il perno centrale della sua lunga ricerca artistica, utilizzando grandi superfici specchianti completate con immagini fotografiche stampate su di esse, per creare un forte contrasto tra la staticità delle immagini fotografi- che e la dinamicità delle superfici specchianti.

I suoi grandi quadri specchianti contengono, infatti, singole rappresentazioni fotografiche a figura intera – di se stesso e di altre persone, in varie pose, frontali, di spalle, di profilo o chinate – in cui le immagini in esse riflesse cambiano secondo il fruire degli spettatori, rovesciando così le dinamiche dello sguardo. Nel suo Autoritratto del 1962, con un’immagine fotografica di se stesso a figura intera stampata su una superficie specchiante, l’artista è seduto frontalmente su una sedia con lo sguardo rivolto all’osservatore, il quale viene immediatamente proiettato nello spazio virtuale dell’opera, diventandone così parte integrante. In tal modo le dinamiche dello sguardo si capovolgono, poiché non sono più le dinamiche dell’artista, bensì quelle dello stesso osservatore, che guarda l’artista nell’autoritratto fotografico, si guarda riflesso nella superficie specchiante ed è a sua volta guardato dall’artista.

Contrariamente all’autoritratto fotografico, che esprime una dimensione artistica più intima e individuale, circolando in ambiti familiari, il selfie, un autoscatto realizzato con il telefonino o smartphone, esprime una dimensione prettamente sociale essendo quest’immagine di sé nata per essere condivisa principalmente nei social network. Questa nuova forma di autoritratto fotografico sta offrendo alle ultime generazioni, nuove possibilità di esplorazione artistica della propria immagine, poiché l’arte in tutte le sue forme espressive rappresenta uno spazio di libera creatività che evolve nel tempo e ogni epoca ha le sua modalità di comunicazione artistica.

Lo specchio con la duplicazione dell’immagine, il mezzo fotografico con la fotografia, lo smartphone con il selfie sono dunque preziosi strumenti del fare artistico che – nell’arte della auto-raffigurazione – continuano ed essere utilizzati per indagare artisticamente il proprio sé, individuale e collettivo, mentre la Venere con il suo intrigante sguardo avvicina l’osservatore all’arte.

 

GAETANA GIARRATANA
Docente del Corso di inglese per la comunicazione artistica I e II presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Laureata presso l’Università di Bologna in Lingue e letterature straniere moderne e in Storia dell’arte con lode, con un lavoro di tesi in semiotica dell’arte su Bill Viola. Da sempre interessata allo studio dell’arte nelle sue diverse forme espressive, dalla pittura, scultura e architettura della tradizione storica ai nuovi linguaggi dell’arte contemporanea, come la fotografia, installazioni e video art, lavora in ambito linguistico, con attività di traduzione testuale di cataloghi e abstract, collaborando con musei e istituzioni accademiche (Cà la Ghironda Modern Art Museum, Museo del Trentino, Accademia di Belle arti di Verona, Università di Bologna) e in ambito artistico con la produzione di testi critici, collaborando con artisti e gallerie.